Il mio contributo allo speciale dal titolo Le lacrime di Reggio per il quotidiano online Calabria Live diretto da Santo Strati che in occasione del cinquantenario della rivolta di Reggio ripubblica il volume Buio a Reggio
Il 1970 non era cominciato tanto bene per noi che avevamo fatto parte della redazione reggina della Tribuna del Mezzogiorno, quotidiano messinese finanziato dal cementiere bergamasco Pesenti che puntava alle forniture per il costruendo ponte sullo Stretto di cui si parlava con insistenza già allora. Da quattro mesi il giornale era stato chiuso, l’editore di Gazzetta del Sud, che vedeva con preoccupazione la crescita del giornale concorrente, diretto da Nino Amadori, aveva trovato l’accordo con Pesenti, cedendogli un cospicuo pacchetto di azioni della Ses con l’impegno di mettere per sempre a tacere la Tribuna.
Io ero tra i più giovani nel giornale, seguivo lo sport ma con frequenti puntate nella cronaca. Il capo della redazione era il vulcanico Ugo Sardella, uomo dichiaratamente di destra che rispettava comunque la linea dettata dalla proprietà che era filo governativa. Un gruppo molto affiatato, amici prima che colleghi. Li ricordo con la certezza di aver dimenticato qualcuno: Giuseppe Barilà, Nino Capogreco, Paolo Marra, Umberto Paladino, Cristofaro Zuccalà, Nino Cuzzola, un giovanissimo Pino Scopelliti, fattorino tuttofare impegnato a scorazzare con la sua Vespa da mattina a sera, Una palestra per la professione, una scuola di vita. Ognuno di noi era alla ricerca di un lavoro, si guardava al Nord dove molti dei colleghi messinesi erano già approdati e anche in giornali importanti, l’estate era nel pieno per cui, allora, non era difficile entrare per le sostituzioni ferie e tentare di restare. Io avevo un rapporto di corrispondenza con il Corriere Mercantile di Genova, non volevo spostarmi da Reggio per motivi….. sentimentali.
Il 5 di luglio sembrava un giorno come gli altri, caldo sciroccoso, quello che il buon Marra non tollerava, in città si notava uno strano fermento, da Roma arrivavano notizie non proprio tranquillizzanti, la Regione era nata da poco, Reggio aveva portato a palazzo San Giorgio, che per anni sarebbe stata la sede “provvisoria” del Consiglio, personaggi di spicco della politica, e anche un giovane rampante, giornalista come noi, Lodovico Ligato, per tutti Vico.
Sotto gli alberi di piazza Italia, il luogo dove spesso si sono decisi i destini delle amministrazioni locali, i soliti capannelli. Ad un tratto, il passa parola prima, un altoparlante poi, con la voce di un ex cantante diventato speaker allo stadio e nei comizi, Muccio Baccillieri diede l’annuncio. Il sindaco Pietro Battaglia, espressione dei cattolici democristiani molto vicino alla Curia, avrebbe tenuto un rapporto alla città.
Piazza Duomo era già brulicante un paio di ore prima. Sul palco accanto a Battaglia, i consiglieri neo eletti e alcuni notabili Dc. Così la città seppe che sulla pelle dei reggini si era consumata quella che col tempo si sarebbe rivelata una colossale truffa politica. I parlamentari cosentini e catanzaresi, che in campo nazionale contavano molto con i vari Mancini, Misasi, Antoniozzi, Pucci, avevano imposto durante una cena nel ristorante “La vigna dei cardinali” la loro linea che prevedeva l’assegnazione del capoluogo di Regione a Catanzaro, dove si sarebbe riunita la Giunta e il Consiglio, in maniera inconsueta, avrebbe avuto casa a Reggio. Poi, il miraggio del quinto centro siderurgico nella Piana di Gioia Tauro, alcune altre industrie minori nel Reggino, l’università sul modello americano ad Arcavata, provincia di Cosenza.
Quello che è accaduto nei giorni seguenti l’infuocato discorso di Battaglia, poi accusato di essere il fomentatore della rivolta, appartiene ormai ai libri di storia: città militarizzata, scontri continui con le forze di polizia, i primi morti, centinaia di feriti e arrestati. Noi modesti cronisti di provincia conoscemmo le grandi firme dei giornaloni i vari Pansa, Pierini, Madeo, Cycelin, Lombardi, Guzzanti, quasi tutti non compresero la natura di questa ribellione popolare marchiata, grazie alla presenza di un missino peraltro anomalo come Ciccio Franco, come fascista.
Reggio paga ancora le conseguenze di quelle sciagurate scelte politiche e se la Regione per anni ha stentato a decollare, ammesso che lo abbia mai fatto, lo si deve al clima d’incertezza e alla diffidenza dei Governi centrali verso tutto quello che arrivava da una città che votava a destra e che per anni sarebbe stata additata anche all’estero come “nera”.
Le giornate le trascorrevamo passando da un rione all’altro, per seguire, rischiando, e qualche volta è anche accaduto, di essere manganellati, le varie cariche delle truppe in assetto anti rivolta, i famigerati celerini acquartierati nelle scuole.
Fu in quel periodo che Ugo Sardella, rientrato dal Nord dove non si era ambientato nei giornali dove era andato a lavorare, ebbe l’idea di creare un giornale che rispecchiasse l’anima della rivolta, che dicesse ai reggini e non solo quello che veramente accadeva. Così nacque il Nuovo Sud, editore un ricco armatore e palazzinaro, noto più che altro per aver sposato una ex miss Italia, la reggina Raffaella De Carolis. Un settimanale che aveva la redazione al Parco Fiamma, l’elegante complesso sulla collina degli angeli, costruito da Matacena, Ugo chiamò a raccolta i suoi ragazzi che non erano andati via a Reggio e Messina che confezionavano un settimanale aggressivo nei toni, che il giovedì quando arrivava in edicola, faceva il tutto esaurito.
Non è facile sottrarsi alla retorica delle facili rievocazioni. Certamente non è questo il mio compito. Chi ha vissuto quegli anni, tra speranze e delusioni, non li dimenticherà facilmente, la storia non ha ancora detto una parola definitiva e riesce ancora difficile “capire” quello che è stata la rivolta per il capoluogo, quando il campanilismo, alimentato anche da forze estranee al movimento popolare, è sfociato nella più assurda violenza. Una guerra senza vincitori perché a Reggio hanno perso tutti, la democrazia, la politica, le giovani generazioni che si sono ritrovate improvvisamente invecchiate come se quegli anni non fossero mai trascorsi.