C’ERANO UNA VOLTA I CRONISTI, E OGNI GIORNO ERA UN’ AVVENTURA

La foto che vedete qui accanto è bellissima, l’ho tratta da un mensile d’antica tradizione, L’Europeo, a corredo di un pezzo che parla dei “sensi del cronista”, una professione che ormai è quasi del tutto scomparsa, come inghiottita nel mondo del web, degli articoli scritti  col “copia e incolla” delle veline distribuite da polizia, carabinieri, guardia di finanza, persino dai pompieri e dai vigili urbani, un gigantesco guazzabuglio che certifica l’avvenuta morte della cronaca, quella che, un tempo, era la regina dei giornali.
Certamente, ci sono le eccezioni, qualcuno continua ad andare a vedere, scavare nelle vite altrui, interrogare i testimoni, consumare, come si faceva un tempo, le suole delle scarpe, notte e giorno, guai a tornare al giornale senza una foto, senza le notizie, tutte, nessuna esclusa, ed era un piacere, per il lettore, che si sentiva come se fosse stato anche lui presente, sul luogo del delitto.
Appartengo alla generazione che si è formata in anni difficili, tra una guerra di mafia e l’altra, i processoni, i sequestri di persona, le lupare bianche e le bombe, un cronista immaginifico definì  “virtuosi del tritolo”, quelli delle estorsioni che facevano sentire la loro voce quasi ogni notte.
Quando ho cominciato questo mestiere che è come la divisa del carabiniere, ti resta attaccata addosso tutta la vita, nei giornali, redazione cronaca, c’erano i reporter, o informatori, come venivano chiamati, loro dietro la scrivania non ci stavano mai, setacciavano ospedali, caserme, quartieri malfamati e, appena trovavano qualcosa, senza cellulari o pc portatili, che non esistevano, dal primo telefono utile, solitamente un bar, avvisavano il cronista di turno e gli davano le prime informazioni.
Importantissimo, per la mia formazione, è stato Umberto Paladino, collega e amico al quale sarò sempre grato e di cui ricordo i preziosi insegnamenti, seguendo lui feci le prime esperienze, fu lui a darmi il “battesimo del sangue” davanti al corpo straziato dai pallettoni di uno dei tanti, ne conterò diverse centinaia, di una vittima della violenza mafiosa.
Spesso si lavorava in coppia, lui prendeva appunti con una grafia che solo io riuscivo a interpretare, dava discorso a chi piantonava il cadavere, ed io cercavo la foto, o tra le tasche del poveraccio, o infilandomi in casa, talvolta mi credevano uno delle pompe funebri. L’importante era tornare in redazione col “bottino”, se non hai un pizzico di cinismo, mi dicevano, puoi cambiare mestiere.
Adesso, trarre qualche raro caso, sul luogo dei delitti non ci va quasi nessuno, fotografi e cine operatori stanno a debita distanza, le foto le mandano poi la Scientifica o l’Arma, c’è un generale appiattimento e spesso si pubblicano notizie incontrollate. Ad un recente personaggio assassinato in città, è stata appioppata la fedeltà a due cosche che, notoriamente, sono da anni in lotta tra loro, un caso di ubiquità criminale.
Non parliamo poi delle cosiddette “riflessioni” che accompagnano il fatto di cronaca eclatante, luoghi comuni a iosa, il tutto condito dalle dichiarazioni dei soliti politici. Non ci si lamenti, poi, se i giornali vanno in crisi per emorragia di lettori. C’erano una volta i cronisti, ogni giorno era un’avventura tutta da vivere, il mestiere come missione, ce la facevano quelli che resistevano ad anni d’abusivato, chi scriveva la “nera” era considerato essere inferiore, ma era ugualmente bellissimo. La nostalgia, ancor oggi, dopo tanto tempo, dura.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

Lascia un commento