FRANCESCO COSSIGA, IL "PICCONATORE" CHE VOLEVA "FOTTERE IL POTERE"

Cossiga colto da malore o ricoverato in qualche ospedale, ormai, non faceva quasi più notizia, per un uomo politico che aveva subito la bellezza di diciassette interventi chirurgici. Quando, qualche giorno fa, lo avevano portato d’urgenza al “Gemelli”, chi gli era vicino aveva capito che questa sarebbe stata la volta buona. Da tempo, infatti, l’ex presidente non si mostrava in pubblico e non si era neppure preoccupato di sponsorizzare, come fanno tutti, il suo ultimo libro dal titolo che è lo specchio del carattere di colui che è stato un protagonista della storia politica italiana degli ultimi cinquant’anni: “Fotti il potere”.
Più che i malanni fisici, è stata una grave forma di depressione, il “male oscuro” che l’ha condotto alla morte: Francesco Cossiga aveva, come si suol dire, “mollato”, abbandonando le cure e cadendo in uno stato di prostrazione dal quale, purtroppo, non si è più ripreso.
“Quello che sono stato, che sono diventato, amava dire, è avvenuto sempre per caso: non trovavano un presidente del Consiglio, ed hanno scelto me, non trovavano un ministro dell’Interno, e scelsero ancora me, non sapevano chi eleggere presidente della repubblica, e fecero me”.
Memorabili i suoi incontri televisivi con Piero Chiambretti, il comico torinese verso il quale Cossiga mostrò sempre una grande simpatia, scoprendo anche di possedere una insospettabile vena satirica e capacità d’autentico showman.
Cossiga amato e odiato, oggetto di minacce terroristiche, ma uomo dello Stato fino alle estreme conseguenze, assumendosi il compito, lui che gli era più d’ogni altro vicino, di annunciare la decisione del Governo di non scendere a patti coi brigatisti, determinando, di fatto, la condanna a morte del presidente della Dc.
Dopo il ritrovamento del cadavere di Moro nel bagagliaio della Renault 4 rossa abbandonata a pochi passi dalle Botteghe Oscure, non esitò a dare le dimissioni.
Di colpo divenne canuto, sul viso comparvero le macchie della vitiligine e, secondo alcuni, cominciarono quei disturbi bipolari che, da capo dello Stato, lo portarono a sferrare “picconate” contro il sistema.
Con Cossiga finiscono nella tomba tanti segreti, nessuno potrà rivelarli perchè, forse, soltanto lui li ha custoditi per anni.  Chissà, se lassù, in quel regno dei cieli nel quale da cattolico osservante credeva, continuerà a dare picconate, se il giudizio divino non lo troverà d’accordo. Crediamo che il Signore, nella sua magnanimità, gli riconoscerà quei meriti che in terra gli sono stati negati.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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