QUATTRONE HA CERCATO COL SUICIDIO QUELLA PACE CHE AVEVA PERDUTO

Di fronte a un gesto disperato qual è il suicidio di una persona “normale” l’interrogativo che ci si pone, sgomenti, dopo la tragica fine di Paolo Quattrone, è capire qual è il limite oltre il quale nella mente di un uomo la volontà di porre fine all’esistenza prevale sul desiderio di “vivere la vita” tanto più se, ed è questo il caso di Quattrone, si è credenti.
Paolo Quattrone, a prima vista, poteva sembrare un burbero, il suo viso accigliato induceva nell’interlocutore un certo timore, cosa che era accaduta anche a me quando, anni fa, lo incontrai la prima volta per ragioni di lavoro.
Io ero il cronista che cercava di capire, lui l’uomo di legge, inflessibile direttore di carceri, vittima di pesanti avvertimenti. Ricordo che, seppure oggetto di gravi “attenzioni” da parte di chi era abituato alle carceri “allegre” dove entravano donne e champagne, per non parlare delle droghe, l’avevo trovato sereno, quasi incurante di quanto gli era accaduto.
In tutti questi anni Quattrone, che riusciva a stabilire rapporti di fraterna colleganza con i suoi collaboratori, costretti spesso ad un lavoro stressante e fuori da ogni orario, aveva servito lo Stato, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, riscuotendo ammirazione e stima, facendo, come si suol dire, progressi nella carriera, senza servilismi o “spinte” d’altro genere.
Negli ultimi tempi, però, qualcosa s’era spezzato, non soltanto nel rapporto con gli organi superiori, una vicenda giudiziaria di scarso livello, in un mondo di ladri e corrotti, lo aveva visto coinvolto e, lo confermano le persone a lui più vicine, uno per tutti Mario Nasone, particolarmente toccato.
Non accettava di essere trattato male da quello Stato per il quale aveva sempre dato tutto, senza obiezioni, obbedienza assoluta, lui con la faccia apparentemente truce, ma sempre pronto a slanci di grande umanità. Un mestiere difficile, il suo. Cosa è accaduto, al punto da indurlo al gesto estremo, il sacrificio della vita, staccarsi per sempre dalla famiglia che amava?. Forse non lo sapremo mai. Rimane lo sconcerto per questa morte assurda in un caldo pomeriggio sotto un ponte tra mucchi di rifiuti: fino all’ultimo ha voluto risparmiare agli altri lo spettacolo d’una fine così assurda. Il Signore, nella sua misericordia, gli dia in cielo quella pace che, in terra, aveva perduto.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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