L’ULTIMO TRAGICO VOLO DEL "GUERRIERO" TARICONE


La tragica fine del “guerriero” Taricone ha colpito particolarmente l’opinione pubblica. A Roma la ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo viene festeggiata solennemente, la città è deserta, tutta a disposizione dei turisti d’ogni nazionalità che sciamano lungo le vie della città eterna.
Di Pietro Taricone si parla un po’ dovunque, il sentimento di commozione tra le gente che affolla i pochi locali aperti è sincero, il personaggio, venuto alla ribalta giusto dieci anni fa, nella prima edizione del Grande Fratello, era risultato subito simpatico, per la sua genuinità, per certi discorsi a sfondo sociale che erano sembrati inconsueti.
Poi, la love story con la bagnina bresciana Cristina Plevani, finita, come quasi tutte quelle nate tra le mura super spiate della casa. Pietro aveva mostrato a tutti che non era solo muscoli e sbruffoneria, dopo un periodo passato a far serate in discoteca, guadagnando somme notevoli (lui stesso, in una intervista, ammise di aver dilapidato un miliardo delle defunte lire) si mise a studiare, voleva diventare attore, e ci è riuscito.
Accolto dai critici con una comprensibile diffidenza, Taricone, che aveva anche smesso di correre dietro alle gonnelle, intrecciando una stabile relazione con una giovane e brava attrice, la Smutniak, che lo ha reso padre d’una bimba, si è imposto sia sul piccolo schermo, con alcune fortunate fiction, che al cinema.
La sua natura di “guerriero”, un soprannome che gli si attagliava, lo portava a cercare emozioni forti, e le trovava lanciandosi col paracadute, un’esperienza che soltanto chi non l’ha provata può ritenere estrema, e basta.
Non è così: lanciarsi nel vuoto da migliaia di metri, rivivendo quello che fu il sogno di Icaro, rappresenta qualcosa di straordinario, una prova non soltanto di coraggio, l’eterna sfida dell’uomo alle insidie della natura.
Le ali di Pietro Taricone si sono spezzate al suolo, ha cercato, come un airone ferito di riprendere il volo, senza riuscirci, prima di cedere al sonno senza risveglio ha rivolto lo sguardo al cielo azzurrissimo, poi solo il buio. Non tocca a noi andare alla ricerca delle responsabilità, altri dovranno farlo, ammesso che serva a qualcosa. La morte del “guerriero” casertano serva da monito a quei giovani che si misurano in uno sport tanto affascinante quanto pericoloso come il paracadutismo, appeso a quell’ombrello di seta ogni errore può essere fatale.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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