STRAGE DI RAZZA’: RESTA IL MISTERO SU CHI FOSSE MISTER X


Il giorno della strage di contrada Razzà, nel fitto d’un agrumeto a qualche chilometro da Taurianova, non ero in Calabria, stavo rientrando assieme a mia moglie e al mio primo figlio dalla Toscana.
Da una stazione di servizio chiamai la redazione del Giornale di Calabria dove lavoravo da qualche anno e, trovandomi nei pressi di Cosenza, interruppi il viaggio di ritorno a Piano Lago, dov’era la sede centrale del giornale, nato nel 1972 per volontà di Giacomo Mancini, il “califfo” socialista uno dei “signori” della politica calabrese.
Anche se dal punto di vista giudiziario la vicenda è da tempo chiusa, con la condanna dei responsabili dell’efferata esecuzione dei due eroici carabinieri Stefano Condello e Vincenzo Caruso (caduti assieme a due appartenenti alla temibile cosca degli Avignone) non è mai stato chiarito il mistero su chi fosse il personaggio al quale i partecipanti al summit mafioso avevano riservato l’unica sedia nella angusta casupola, tutti gli altri sedevano sulle cassette adoperate per la raccolta delle arance.
Il caso tenne desta l’opinione pubblica non soltanto calabrese per mesi e mesi: ad un anno dalla strage, mentre in Assise, a Palmi, veniva celebrato il processo ai responsabili identificati grazie ad un lavoro investigativo coordinato dall’allora giovanissimo sostituto Salvatore Boemi, la Corte ritenne di effettuare, presenti alcuni degli imputati, un sopralluogo nella zona in cui, il pomeriggio del primo aprile, una tiepida giornata di primavera, tre militari del Radiomobile di Taurianova, Caruso, Condello e Pasquale Giacoppo, scampato alla morte perchè rimasto nell’auto di servizio, fecero irruzione nella casetta colonica.
Il militare sfuggito per pura fatalità all’eccidio, rievocò, tra la commozione dei presenti, i terribili momenti della sparatoria, della fuga disordinata dei mafiosi che stavano partecipando ad una riunione che, si disse, sarebbe servita ad “organizzare” la partecipazione delle famiglie ndranghetiste dominanti agli appalti per i lavori pubblici da effettuare nella zona.
Giacoppo, visti i quattro cadaveri, corse in caserma (la radio non funzionava bene e, allora, i cellulari non c’erano) e chiese aiuto: Condello e Caruso avevano le divise strappate, avevano lottato fino allo stremo per disarmare e fare fuoco contro alcuni dei criminali che, per tutta risposta, gli scaricarono contro le armi.
Bisognava “coprire” il misterioso mister X in onore del quale la riunione era stata organizzata. Dopo una serie di accertamenti e dopo la testimonianza d’un benzinaio conosciuto col soprannome di Calimero (il pulcino d’uno slogan pubblicitario in voga al tempo) finì sotto processo il potente direttore dell’Area di Sviluppo Industriale, Renato Montagnese, esponente di spicco della Dc, scagionato dopo una tormentata istruttoria condotta da un magistrato reggino in servizio a Palmi, Augusto Di Marco, scomparso qualche anno fa.
E’ rimasta avvolta nel mistero la figura del “presidente” del summit, resta la sentenza dei giudici palmesi raccolta in un prezioso volume curato dal giudice Saverio Mannino con la prefazione di Luigi Malafarina.
L’esempio del sacrificio dei carabinieri medaglie d’oro Caruso e Condello viene offerto a chi intraprende la carriera nell’Arma scegliendo di mettersi al servizio dello Stato senza riserve, senza rinunciare al sacrificio, anche a quello della vita, come fecero i nostri due eroi, un pomeriggio d’aprile nell’aranceto di Razzà.

Nella foto, i funerali di Stato ai carabinieri uccisi a Razzà

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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