DELITTO INZITARI, QUANDO LA MORTE E’ UN GIOCO DA RAGAZZI

L’assassinio del giovane figlio di Pasquale Inzitari ha suscitato, anche fuori dalla Calabria, orrore e allo stesso tempo provocato riflessioni su quanto possa imbarbarirsi in una regione che ha già tanti problemi, la lotta politica se s’intreccia con quella tra clan mafiosi ormai inseriti a pieno titolo nel tessuto economico e sociale.

Le vendette trasversali, tranne rare eccezioni, al di fuori delle cruente faide che per anni hanno insanguinato le nostre contrade, non hanno riguardato donne e bambini, i figli sono stati tenuti fuori. Non è raro, all’interno di “famiglie” della ‘ndrangheta anche le più potenti, vedere i rampolli compiere studi universitari, diventare professionisti anche se con un cognome scomodo.
Chi ha voluto “punire” Pasquale Inzitari, di cui le cronache giudiziarie si sono occupate spesso negli ultimi tempi, lo ha fatto per “motivi politici”, come da qualche parte è stato ipotizzato?.
Personalmente credo poco a questa ipotesi, alla luce di quella che è la mia modesta esperienza di cronista per tanti anni alle prese con i fatti di sangue più eclatanti commessi in città e in provincia e con processi ai clan della ‘ndrangheta con centinaia d’imputati.
Avendo letto con attenzione gli atti dell’inchiesta che ha portato il padre del povero ragazzo ucciso nel fiore degli anni mentre si apprestava a vivere un momento di sana gioia, tenderei a collegare il gravissimo fatto di sangue sul quale l’opinione pubblica pretende a giusta ragione che venga fatta piena luce, ad altri moventi.
Ma questo non è compito mio, c’è chi è titolato ad indagare, e certamente con grandi difficoltà, se si pensa che l’omicidio è avvenuto nella Piana di Gioia Tauro, non a Rizziconi, dove gli Inzitari risiedono, ma “fuori zona” e, come certe regole non scritte impongono, sicuramente con l’autorizzazione di chi governa quella parte di territorio.
Mi è capitato tante altre volte di occuparmi della morte di giovanissimi, non riesco a cancellare, ad esempio, la feroce eliminazione di due minorenni, ad Archi, durante la seconda guerra di mafia. Scrissi allora, e ripeto adesso, che talvolta la morte diventa un …gioco da ragazzi. E l’angoscia è quella di allora.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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