ADDIO A PEPPINO DIANO, BANDIERA DEL SINDACATO

L’ultimo saluto gli amici, i compagni di partito, quelli della Cgil, glielo hanno dato nella “sua” Catona, da dove non s’era mai voluto allontanare. Peppino Diano ha concluso la sua vicenda terrena lasciando dietro di sè la scia d’un unanime rimpianto. Un paio d’anni fa, in occasione del quarantennale dalla fondazione della Cassa Edile, avevo inserito un suo ritratto nel volume che ho curato per l’occasione. Quale migliore ricordo che riproporlo, ora che Lui ci ha lasciato, saranno in tanti a sentirne la mancanza.

Giuseppe Diano, Peppino per gli amici, porta i suoi quasi 80 anni con giovanile baldanza, anzi, come dice lui, li ignora continuando a fare, anche dopo la pensione, la stessa vita che ha fatto negli ultimi sessant’anni.
Era il 1943 quando, giovanissimo lavoratore in una segheria, gli capita tra le mani una copia del giornale ”Italia libera”, organo del Partito d’azione e il germe del socialismo gli s’insinua nel corpo.
Del resto, a Catona, dove è nato e ancora vive, le tradizioni socialiste sono antiche, basti pensare alla famiglia Musolino. Il ragazzo è sveglio, da autodidatta si tiene informato, tra i compagni di lavoro si conquista le simpatie e cerca con successo di far capire, e in quegli anni non era cosa facile, quali sono i diritti del lavoratore, spiega che il padrone non può più agire in maniera paternalistica, si comincia a parlare di assistenza, previdenza, ferie.
Ma tra i socialisti catonesi non c’è molto spazio per lui, per cui anche se i comunisti sono una sparuta presenza, passa al Pci e parte la sua lunghissima militanza che lo porterà di lì a qualche anno, a far parte dei “quadri” del partito e iniziare la sua attività di sindacalista nella Cgil.
Peppino Diano è una bandiera, il simbolo d’una classe dirigente del vecchio Pci della quale restano ormai solo pochi esemplari, ma la sua vita, che è un piacere sentirtela raccontare, è stata un vero e proprio romanzo.
La svolta arriva quando, dopo un infuocato comizio a Catona, siamo all’inizio degli anni Cinquanta, il segretario della federazione comunista, cui avevano riferito delle capacità oratorie, ma anche organizzative, di Diano, lo convoca e gli fa la proposta di lasciare il suo lavoro di segantino e diventare funzionario del Pci. I leader locali sono i vari Suraci, Misefari, Fiumanò.
Lui sulle prime esita (“ho famiglia, ho bisogno dello stipendio”) ma il segretario taglia corto e lo rassicura, avrà la stessa cifra che prende in segheria, ed ecco Diano che si trasferisce nella sede del partito, ma tenerlo dietro la scrivania non è facile, nel suo destino c’è fare il sindacalista, reclutare tesserati, andare nei cantieri e nelle aziende dell’epoca, quasi mai accolto con piacere, anzi tutt’altro, ma i lavoratori lo amano e ben presto si accorgono che organizzarsi sindacalmente conviene, le buste paga diventano più robuste, gli orari di lavoro meno pesanti, è la civiltà che prevale su un autentico schiavismo che per anni nel profondo sud ha imperato.
Lui c’è quella mattina di marzo del 1960, quando viene costituita la Cassa Edile, per mesi è andato nei cantieri, da segretario della Fillea, il sindacato degli edili della Cgil, ha parlato agli operai, si è procurato i contratti nazionali, lo statuto dell’unica Cassa presente sul territorio nazionale, quella di Genova.
Un giorno, racconta, quando il capocantiere tentò di mandarlo via, mentre stava con decine di muratori durante la pausa pranzo, tutti si ribellarono, o Diano sta qui, oppure oggi non si lavora.
Per sette anni, fino a quando gli impegni sindacali non lo portarono verso incarichi di prestigio, anche in campo nazionale, è stato nel consiglio d’amministrazione della Cassa Edile, assieme a Cisl e Uil: quando andò via, l’Ente era ormai consolidato e lui continua a sentirselo un poco anche figlio suo.
Diano era alla guida della Cgil quando a Reggio scoppiò la rivolta per il capoluogo e per chi militava a sinistra erano giorni difficili, con minacce, assalti alle sedi, aggressioni fisiche e ci voleva molto buonsenso per non lasciarsi travolgere dal clima di violenza che turbò l’intera Calabria.
Peppino Diano, sempre sorridente, ancor oggi accoglie amici e compagni, lavoratori, pensionati, chiunque varchi il portone della Cgil con l’entusiasmo e la passione di tanti anni fa, lo stesso entusiasmo e passione che lui ed altri benemeriti dimostrarono facendo nascere la Cassa Edile, con lo spirito di fratellanza, assistenza, mutualità, impegno nella difesa del posto di lavoro.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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