RAGAZZI CADUTI A KABUL, SIETE L’ORGOGLIO DEGLI ITALIANI VERI


Il cielo di Roma è di un azzurro pallido, dopo ore di pioggia, la gente si affolla dovunque c’è posto, dentro e fuori la basilica di San Paolo fuori le mura. E’ l’addio a sei ragazzi che, per servire la Patria in armi, in missione di pace, hanno perso la vita e ora i loro resti straziati sono dentro le bare avvolte dal tricolore.
La processione delle autorità, di tanti personaggi che da anni occupano i posti migliori nel teatrino della politica, ripete stancamente un rito, il popolo non li applaude ma neppure li contesta, come molti di loro meriterebbero, oggi è il giorno del dolore, tutto intorno è un pullulare di guardie del corpo, autisti e portaborse, alti gradi militari, ma ci sono tanti baschi amaranto, quelli degli ex Folgore, venuti da ogni dove. Chi è stato paracadutista lo rimane per tutta la vita.
Il loro grido, ripetuto più volte, mentre i ragazzi-eroi tornano a casa, per l’ultima volta, mette i brividi, l’omelia dell’Ordinario militare ha il tono soffuso, non è il momento delle polemiche, delle invettive, da buon parroco con la divisa disegna le figure di queste ennesime vittime del terrorismo, loro sono andati lì per non sparare neppure un colpo, per aiutare chi ha bisogno, contribuire alla ricostruzione, assicurare il futuro di quei tanti bambini che si radunano vicino ai blindati e che, come è avvenuto anche stavolta, sono i primi a morire, accanto ai soldati.
Eppure, di fronte a questo nuovo atto di eroismo del quale noi italiani non possiamo che essere orgogliosi, c’è chi imbastisce una speculazione politica fino ad arrivare alla macabra ironia, che gela il sangue nelle vene: 6 sulla ruota di Pisa, scritto in rosso su un muro, qualcuno ha tentato invano di cancellare le tracce di questa barbarie.
Ma l’Italia vera, quella che crede ancora nei valori che, una volta, a quelli della mia generazione, venivano trasmessi sin dall’infanzia, è presente nella mattinata tiepida di fine estate, Roma è un tripudio di bandiere, nel cuore chi è presente, ma anche di chi segue sulle tv la triste cerimonia, batte l’orgoglio di sentirsi italiani, sempre e comunque. E di quelle facce livide di professionisti della politica, vecchi arnesi di prima e seconda repubblica, non ce ne importa nulla. Onore ai caduti.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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