OSPEDALI COME CIMITERI, MA AI POLITICI INTERESSA IL POSTO IN LISTA

L’ospedale come luogo di cura, ma anche di sofferenza, nel quale si entra per guarire, se possibile, mai per morire. In Calabria sta avvenendo il contrario: in questo agosto terribile che sta per declinare, tanto per usare un’espressione cara al poeta Cardarelli, i nosocomi della nostra regione si sono trasformati in…cimiteri.
Mentre le commissioni d’inchiesta si moltiplicano, il presidente Loiero, sfoggiando le bretelle, promette cose che difficilmente potrà mantenere, la magistratura apre fascicoli che chissà quando potranno essere chiusi. Bisognerebbe fare attenzione, mi suggerisce un amico, alle parentele tra magistrati e medici, che sono numerose, nonchè agli intrecci da club service, per non parlare della solita Massoneria che, tra i camici bianchi, annovera parecchi adepti.
In questi casi, di vera e propria emergenza, è facile fare, come si suol dire, di tutta l’erba un fascio e additare i medici ospedalieri al pubblico ludibrio, qualificandoli come assassini, ci sono strutture che funzionano, gente che lavora seriamente e che pensa, principalmente, alla tutela della salute dei pazienti.
Ma c’è una parte della categoria che tra congressi, esibizioni televisive, doppio e triplo lavoro, non può tenere fede agli impegni presi quando ha accettato il posto in ospedale, agli inizi della carriera.
Si riscopre, quando scoppia la bufera, come in questi giorni, con morti inspiegabili e annunci di diagnosi sbagliate, incuria professionale, l’antica questione dell’impegno pubblico-privato dei medici che nelle corsie dell’ospedale del cui organico fanno parte, si vedono sempre più raramente, anche se ricoprono ruoli cosiddetti apicali.
La politica ha fatto molti danni, in questi anni che hanno visto alternarsi manager di provata capacità, ma impossibilitati a lavorare perchè “incaprettati” dai boss dei partiti, a personaggi che talvolta hanno dovuto conoscere le patrie galere. Un esempio per tutti, la gestione dell’azienda sanitaria di Locri con sullo sfondo l’omicidio di Francesco Fortugno. Non sarà facile uscire da questa situazione che ha suscitato allarme e preoccupazione in tutto il Paese, ci vorrebbero azioni coraggiose da parte dei politici che governano la Regione, ma loro sono occupati, pensano ai congressi dei partiti e ad assicurarsi un posto in lista per le elezioni della prossima primavera. E la morte continua ad aleggiare sui nostri ospedali.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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