14 LUGLIO, QUANDO LA CITTA’ REAGI’ A UN SOPRUSO, E FU LA RIVOLTA

Il ricordo è ancora assai nitido, nonostante siano passati ben 39 anni da quel fatidico 14 luglio, il giorno dell’inizio “ufficiale” della assurda rivolta per il capoluogo di regione, rivendicato dai reggini, ma con i catanzaresi strenuamente aggrappati al loro pennacchio.
Per la verità, la città era in subbuglio già da qualche giorno, esattamente dalla serata del 5, quando in piazza Italia i maggiorenti dei partiti s’erano ritrovati per un “rapporto alla città” tenuto dal sindaco Piero Battaglia. Sul palco c’erano i consiglieri regionali neo eletti, compresi quelli che, poi, avrebbero preso le distanze dai moti popolari subito bollati come eversivi e soprattutto fascisti.
Di fascismo, almeno nella spontanea prima fase della sollevazione della popolazione reggina, c’era poco, in tutti i ceti sociali era vivo il senso di ripulsa verso l’atteggiamento di Catanzaro, con la sua “batteria” di parlamentari, che a Roma contavano, come si vedrà dopo.
Nel comitato d’azione per Reggio capoluogo erano rappresentate, oltre a tutte le ideologie politiche, anche le associazioni, la Chiesa, le professioni, il mondo giovanile. La leadership, quando cominciò a crearsi attorno alla città un autentico vuoto pneumatico delle Istituzioni, passò nelle mani di Francesco Franco, detto Ciccio, uomo della destra, sindacalista della Cisnal che s’interessava in particolare dei problemi della azienda municipale di trasporto.
Ciccio aveva una buona oratoria, nel partito di Almirante che a Reggio aveva il personaggio di maggior rilievo nell’onorevole Nino Tripodi, direttore del Secolo d’Italia, non tutti lo sopportavano, insomma non stava troppo dentro le regole. Ma ben presto il popolo lo scelse come idolo, simbolo della rivolta che, quella calda serata di luglio, sacrificò alla causa il primo dei martiri, Bruno Labate, ferroviere, trovato morto dopo una carica della polizia in via Logoteta, piccola traversa che, dal corso Garibaldi, sfocia in via Torrione, pochi metri in salita.
Labate, per la cui tragica fine non c’è stato nessuno che ha pagato, è stato il primo di una serie di vittime, cadute per difendere un ideale, gente del popolo.
Centinaia di arresti, decine e decine di feriti e mutilati, processi che sono durati anni, s’incontrano ancora quelli che sul corpo portano i segni delle “battaglie” per Reggio che il capoluogo non l’avrà e che, negli anni successivi, è stata tenuta in castigo dai Governi che si sono succeduti.
C’è stata, da parte anche di storici importanti, una rivisitazione della rivolta, e anche se si sono voluti fare collegamenti con la criminalità mafiosa, la massoneria deviata, i Servizi infedeli, rimane l’autenticità d’un moto spontaneo che nessuno potrà mai smentire. Abbiamo il dovere di spiegarlo alle nuove generazioni, perchè sappiano che chi li ha preceduti nella vita ha lottato contro un ideale e se violenza c’è stata, la colpa non è stata soltanto di tanti giovani che sono scesi sulle barricate, mentre la repressione dello Stato si faceva ogni giorno più dura.
Solo il senso di responsabilità di chi aveva il compito di garantire l’ordine pubblico ha impedito (e di questo dovremo essere sempre grati al questore Santillo) che avvenissero fatti di sangue ancor più gravi.
La rivolta, nel ricordo di chi l’ha vissuta, resterà sempre come un passaggio della tribolata storia di Reggio, una città dove si ha sempre la sensazione che il fuoco covi sotto la cenere della delusione. Tantissimi protagonisti di allora ormai non ci sono più, resta il sacrificio che hanno fatto, pagando di persona, perchè non venissero calpestati, come ancora si sta tentando di fare, diritti secolari.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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