QUANDO SANTILLO DAVA LA CACCIA ALL’AL CAPONE ROMANO

Yari Selvetella è un giovane scrittore romano che amo molto, sia per le cose che scrive, i libri che pubblica, ed anche perchè ha l’età di uno dei miei figli. “Banditi, criminali e fuorilegge di Roma” è una interessante ricostruzione, pubblicata da Newton Compton, della storia criminale dagli anni del fascismo fino a quelli della cosiddetta banda della Magliana.
Scorrendo le pagine del libro (da vecchio cronista, ovviamente, queste storie m’interessano molto) mi sono imbattuto in un personaggio che, a quelli della mia generazione, e che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, richiama alla memoria momenti difficili per la città di Reggio Calabria.
Si tratta di Emilio Santillo, che tutti ricordano come il questore della rivolta, l’uomo che fumava sigari Avana e beveva cognac di marca francese, vestiva da lord inglese, insomma era un uomo che emanava fascino, un poliziotto che sarebbe certamente piaciuto al creatore di Sherlok Holmes.
Santillo, prima di essere inviato a dirigere la questura reggina, era stato per anni alla Mobile romana, dove s’era imbattuto in fior di delinquenti. Uno che gli diede filo da torcere, fin quando non riuscì a farlo arrestare, era un tal Silvano Ceresani, che da bullo di quartiere, passando dai furti in appartamento alle rapine, e alle estorsioni, aveva fatto strada nel mondo della malavita romana, fino ad essere soprannominato, dai giornali dell’epoca, addirittura Al Capone.
Santillo e i suoi uomini gli davano una caccia serrata, ma Ceresani era sempre riuscito a farla franca, anche durante un conflitto a fuoco, lanciandosi da una finestra. Ma un giorno di febbraio, la trappola preparata da Santillo scattò: un poliziotto travestito da mendicante, lo individuò tra i passanti e con un fazzoletto segnalò la presenza del ricercato a due colleghi che gli saltarono addosso e lo immobilizzarono.
In questura, una sorpresa per un inferocito Santillo: il fascicolo di Ceresani era sparito, anche allora c’era qualcuno che proteggeva i delinquenti, che potevano contare su amicizie nelle alte sfere.
Santillo ha convocato i cronisti, e deve mandarli via a mani vuote, ma il giorno dopo il fascicolo magicamente riappare sulla scrivania del futuro questore il quale convince l’arrestato a confessare. Ceresani “canta” e comincia da quando aveva sette anni. “Il mio primo bottino, racconta a Santillo, è stato un barattolo di marmellata”.
Ora Santillo non c’è più da tempo, nei miei ricordi resta l’uomo che scoprì i mafiosi riuniti a Montalto, e che impedì, con il suo buonsenso, che la rivolta popolare per il capoluogo, non si trasformasse in una strage. Nessuno dei suoi uomini sparò un colpo neppure quando i dimostranti diedero l’assalto all’edificio della questura, a due passi da piazza Duomo.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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