TELESPAZIO, UN ESEMPIO DI GRANDE TELEVISIONE

Il lunedì sera televisivo, per chi non voglia sorbirsi X Factor o il Grande Fratello, è davvero dura, a meno che non si scelga di rifugiarsi nelle trasmissioni sportive delle due emittenti cittadine che ci presentano le solite facce di finti critici e di giornalisti dal doppio e anche triplo lavoro che sembra debbano commentare notizie funebri, affranti come sono dalla possibilità di perdere la loro visibilità, se la A non dovesse esserci più.
Per caso, è il telecomando che comanda, approdo su Telespazio Catanzaro e sto per cambiare quando vedo la sigla di “Perfidia”, trasmissione condotta da una signora in nero dall’aspetto piuttosto inquietante. Ma stavolta la bionda conduttrice, occhiali neri, giubbotto di pelliccia e stivaloni, è in trasferta, si trova in un luogo di cui si sta parlando molto, negli ultimi tempi, anche se la storia è antica.
Serra d’Aiello, centro collinare dell’Alto Tirreno cosentino, è la “patria” dell’istituto, di proprietà della Curia, che porta il nome di Papa Giovanni: trecento ricoverati, quasi seicento dipendenti, assunti negli anni quando nella struttura si contavano anche ottocento pazienti. Gente senza famiglia, senza casa, disabili con problemi mentali, semplici disperati buttati fuori dai manicomi.
Molti di loro hanno trascorso lì anche trent’anni, gli infermieri, i medici, gli operatori sociali, sono la famiglia, fuori non c’è nulla, solo miseria e abbandono.
La magistratura, dopo una indagine che ha portato alla scoperta di gravi irregolarità, con l’arresto di un sacerdote che, con soldi non suoi, aveva pensato a crearsi una reggia nel centro di Cosenza, ha deciso che il Papa Giovanni va chiuso, gli ospiti trasferiti in altre strutture sanitarie. E i lavoratori, che non ricevono chissà da quanto tempo lo stipendio, che fine faranno?.
La bionda conduttrice di nome Antonella fa una cosa straordinaria, porta telecamera e microfono tra questa gente che è decisa a tutto, pur di non abbandonare l’istituto, ormai senza risorse e nella impossibilità, con le Istituzioni latitanti, di sopravvivere e garantire il sostentamento dei ricoverati, molti dei quali non autosufficienti.
E allora, mentre vedo scorrere le agghiaccianti immagini del servizio, mi rendo conto che non bisogna mai fermarsi alle apparenze, confesso che questa collega non mi era simpatica, la trovavo eccessivamente narcisista, ancorchè persona di notevole cultura. Ma quando si fa buona televisione, e Dio sa quanto ce n’è bisogno, bisogna togliersi il cappello. Il dramma del Papa Giovanni, fino a poco tempo fa l’unica “industria” di Serra d’Aiello, nessuno era riuscito mai a raccontarlo così. Antonella Grippo, cui debbo le mie scuse, per non averla capita, ha fatto ciò che la stampa scritta e per immagini, non è mai riuscita a fare. Per anni, avendo tra l’altro avuto la responsabilità delle redazioni calabresi del maggior quotidiano diffuso in regione, ho “passato” servizi sulla crisi dell’istituto di Serra d’Aiello, tra una protesta dei dipendenti, un’occupazione, nomina di commissari a iosa, visite di vescovi. Ora che il dramma è compiuto, quei poveri disgraziati sono stati lasciati soli, assieme a chi, con amore, ancora li assiste e li conforta.
Quei visi allucinati, le bocche sdentate, le lacrime, le amare considerazioni di chi da un giorno all’altro si trova in mezzo ad una strada, devono far riflettere quelli che, nonostante gli appelli, restano in silenzio. Fuori dal Papa Giovanni c’è solo buio. La “perfidia” stavolta si è trasformata in speranza.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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