E SE TOGLIESSERO AGLI ARBITRI QUEGLI AURICOLARI?

E’ il momento dei cosiddetti gol-fantasma, col pallone che, entrato per pochi secondi nella rete avversaria, dopo aver superato la fatidica striscia di gesso, come se la mano d’un diavoletto lo sospingesse, torna indietro e inganna la vista di arbitro e guardalinee.
Adesso, grazie all’uso degli auricolari, che tengono in costante contatto la quaterna arbitrale, (figuriamoci quando saranno sei, se passerà l’introduzione dei giudici di porta) il direttore di gara “deve” fidarsi di quanto, nell’immediatezza, il suo collaboratore gli riferisce e, quindi, prende la sua decisione con tranquillità, anche se nel momento cruciale è lontano dall’azione.
In questi giorni, episodio di Lecce a parte, è accaduto a Genova, col pallone diabolico di Balotelli, a Torino nel derby della Mole, e stava per accadere a Firenze se la zampata di Simplicio non avesse messo tutti d’accordo.
Un tempo, l’arbitro era solo con le sue responsabilità e i segnalinee, ora chiamati assistenti, avevano un ruolo, diciamo così, coreografico, spesso servivano solo da bersaglio per il lancio di oggetti vari, quando andava bene, se non ad uscire dal campo con la casacca insozzata dagli sputi.
Guai ad avvicinarsi a loro per protestare o per indurli a far cambiare all’arbitro una decisione già presa, cosa che avveniva rarissimamente.
E se provassimo a toglierli quegli auricolari?. Senza l'”aiuto” dell’assistente di Gava da Conegliano (dove, si sa, la grappa è buonissima) forse, anzi senza forse, la rete di Corradi sarebbe stata convalidata.
Non è andata così e ora ci si ritrova a fare conti sulle residue possibilità di raggiungere la quota salvezza, mentre, come dice un detto popolare, la cera si consuma e il santo non cammina. Lasciamo i soliti commentatori sbizzarrirsi nelle loro elucubrazioni: a proposito, uno di loro ci ha regalato una perla postuma. Nella “riflessione” (attenzione ai neuroni!) pre partita, ha sostenuto, a proposito di Gava, che negli ultimi tempi non ha mai sbagliato una partita. Le conclusioni, cari amici che tanto affettuosamente mi seguite, traetele voi. Nel frattempo, prendete qualche precauzione.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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