E’ lo sguardo di un uomo che racconta la vita nel suo scorrere, quello con cui Marcello Zanin ferma i personaggi di quella che oggi sembra una storia lontana, ma che invece racconta le radici profonde di ogni cittadino veneto.
Così Germana Urbani presenta il fotografo di Montegrotto, centro termale a pochi chilometri dalla più nota Abano, che in questi giorni sta tenendo la sua prima mostra nei locali d’una enoteca dove i visitatori, tra un bicchiere di prosecco e una fetta di soppressa, possono ammirare i suoi scatti tutti rigorosamente in bianco e nero.
Da dove vengo? Chi sono? Proprio per rispondere a queste domande, Marcello ha imbracciato la macchina fotografica e ha percorso a ritroso un tempo che era vivido di emozioni, gesti lenti, e ricco di gente con personalità forti e storie da raccontare.
Se ti chiedessi cosa fotografi, cosa mi risponderesti?
“Cerco di fermare soprattutto l’emozione che mi deriva dal territorio dove vivo, inteso sia come paesaggio naturale, sia come mondo di uomini. E’ una tensione continua, la mia, cerco di cogliere questo non so che emerge spesso dalla luce, improvviso. Per questo, mi piace fotografare in controluce. E’ una sfida, a volte mi sembra di cogliere ciò che rincorro, altre volte nello scatto sono più indeciso. E mi spiace, perché ciò che desidero maggiormente è che le mie istantanee siano fedeli proprio all’emozione che rincorro e che credo di aver catturato nel momento in cui ho scattato”.
Marcello Zanin (straordinaria la sua somiglianza con il fotoreporter reggino Franco Cufari) ama girare da solo per i paesi e le campagne euganee e le sue “prede” sono quasi sempre personaggi singoli: la contadina che impasta il pane, il cacciatore che torna in bicicletta con un fagiano appena catturato, il seminatore avvolto dalla nebbia.
A Zanin piace fotografare le mani, che crede siano una delle parti più sensuali della persona. I primi piani per lui sono difficili, prima che qualcuno ti regali la propria naturalezza, ci vuole tempo. Frammenti di vita vissuta, momenti di gioia e di dolore, di fatica e preghiera, insomma, che l’obiettivo fissa per sempre, in attesa di una prossima volta.
Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco
Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974.
Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.
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