VORREI ESSERE UN MILIARDARIO INFELICE

Non ho mai amato il gioco, d’azzardo e non, pur avendo vissuto gli anni della giovinezza nelle redazioni e nelle tipografie dei giornali dove, nelle lunghe ore d’attesa per la chiusura delle pagine, si giocava, giornalisti e tipografi, un’alleanza che, dal punto di vista sindacale, faceva paura agli editori.

Da quando le tipografie sono diventate come la sala d’aspetto d’un ospedale, tutta plastica e bianco, a seguito della scomparsa del piombo e dell’introduzione del computer, ognuno finito il suo turno, che non si conclude più, all’alba, come una volta, se ne va a casa, senza neppure aver bisogno di cambiarsi.

Il tipografo nuova generazione lavora in giacca e cravatta e non si sporca le mani, ma è una specie ormai in estinzione, tra una ristrutturazione e l’altra.

Ho conosciuto colleghi che si sono giocati una fortuna e che, a fine mese, erano costretti a chiedere prestiti, per portare da mangiare a casa, lo stipendio, infatti, se l’erano giocato tutto.

Io, al massimo, mi sono concesso qualche partita a briscola, con la solita birra in palio, oppure ho giocato ai cavalli o al Lotto in società con altri, riuscendo in qualche occasione a vincere qualche sommetta.

Da qualche tempo, sarà per il clima che si vive a Roma in questo periodo con il Superenalotto milionario, ci ho preso gusto a riempire le schedine con i sei numeri che, se li azzecchi, ti ritrovi dalla sera alla mattina novello Paperon dei Paperoni. Oggi ho giocato un sistema, chiamato Il Mito, siamo in dieci, dopo tutto, sette-otto milioni a testa ci farebbero stare meglio. O no?. Per scherzo, usavo dire a un caro collega che si lamentava spesso, che vincendo una grossa somma avrebbe corso il rischio di diventare un miliardario infelice. Meglio povero, ma felice. Ho ancora nelle orecchie i suoi vaffa. Ora, però, questo rischio dell’infelicità lo sto correndo anch’io.

Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco

Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974. Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.

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