Solo a vederla, quella foto del pilone dal quale sono caduti quei poveri disgraziati, mette un brivido che percorre la schiena e senti un tuffo al cuore.
Ancora morti bianche, come vengono definite nel linguaggio, talvolta cinico, dei cronisti, ancora vite spezzate durante il lavoro, e stavolta la Calabria e il Sud piangono due suoi figli che, per cercare occupazione, hanno dovuto prendere, malinconicamente ma fatalmente, la strada dell’emigrazione.
Adesso assisteremo al solito rito delle condanne, degli interventi dei cosiddetti esperti, dei moralisti a buon prezzo, degli imprenditori che cercano di difendersi e dei sindacati che decidono scioperi ben sapendo che, purtroppo, anche dopo quest’ennesima strage, poco o nulla cambierà.
Ci si interroga sui come e sui perché continuino ad accadere disgrazie del genere, qualcuno si era illuso che, chi di dovere, avesse deciso, una volta per tutte, di far rispettare le regole in un settore, quello dell’edilizia, dove la morte è sempre in agguato, dove gli operai vengono pagati in nero e, stranamente, vengono registrati lo stesso giorno in cui accade il fatale incidente.
Sentiremo la solita musica, dei tagli del Governo che non permettono di avere più ispettori del Lavoro, dei mezzi che mancano per fare i controlli, delle compiacenze di qualcuno che “aiuta” imprenditori senza scrupoli. Intanto, si attende l’esito dell’inchiesta della magistratura, forse qualcuno pagherà, probabilmente tutto si chiuderà con l’accordo tra avvocati, un pò di denaro alle famiglie, perché tutto resti come prima.
Pur di aggiudicarsi un appalto, si fanno ribassi inconcepibili, per cui stare nelle spese non è facile, per produrre utili bisogna risparmiare sulla manodopera, e finchè sarà così altri Giovanni, altri Rosario, e tanti altri ancora, offriranno il loro tributo di sangue, lasciandosi dietro una scia di dolore.
Eppure, i mezzi per far finire questa autentica emergenza ci sarebbero, basta applicare leggi e norme che già esistono e impedire di esercitare l’attività a quelle imprese che mandano a morte innocenti, gente che pur di portare a casa il salario, tace e lavora sodo. Il loro è un silenzio agghiacciante, perché è un silenzio di morte.
Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco
Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974.
Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.
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