Quando la terra trema in Calabria, e questo capita spesso, anche se ad accorgersene sono solo gli strumenti degli osservatori geofisici, tornano antiche paure. Riecheggiano nella memoria i ricordi dei disastrosi sommovimenti geologici che hanno lasciato, a distanza di anni, ferite aperte. Così come ferite sono quelle case sbrecciate, sui muri le crepe disegnano angosciose ragnatele, le tracce del terrore.
I sub che s’immergono lungo la costa reggina, a pochi metri dalla spiaggia, prima che il fondale scivoli verso il buio delle grandi profondità, possono vedere ciò che resta degli edifici che, all’alba del 28 dicembre 1908, furono inghiottiti dall’apocalittica onda di maremoto: cielo e mare, nel buio infernale, sembrarono come unirsi in un tragico abbraccio, e per migliaia di persone, fu la morte.
Sono passati cento anni e c’è ancora chi vive in quelle baracche che la solidarietà nazionale e mondiale fece sorgere per dare un tetto a chi, in pochi secondi, aveva visto svanire il presente, il passato, e anche il futuro.
I calabresi hanno paura dei terremoti: eppure, di disgrazie nel corso dei millenni ne hanno viste parecchie, passando dalle invasioni dei “coloni” greci, alle incursioni saracene, per finire alle guerre, le stragi mafiose, le alluvioni, la siccità, lo scirocco.
Fatalisti e disincantati, non piangono sulle macerie perché già sanno che il loro destino è quello d’essere dimenticati in fretta, così come è accaduto nel Belice, nell’Irpinia, a Napoli, a Reggio e Messina.
Le disgrazie, nella cosiddetta “terra ballerina”, non arrivano mai sole. I tempi della ricostruzione sono biblici, le calamità un’occasione per arricchire gli speculatori e “ungere” le ruote del sistema politico-clientelare che l’esplosione delle varie Tangentopoli ha solo in parte intaccato.
La Calabria che “fa notizia” è quella dei morti ammazzati per mano mafiosa, degli omicidi eccellenti, dei politici corrotti, delle cattedrali nel deserto, della dilagante disoccupazione, delle promesse di un Governo sempre più lontano, Roma è la Costantinopoli dei disperati che bloccano le strade, s’incatenano un po’ dovunque, minacciano di gettarsi dai ponti, assediano gli uffici di “chi di competenza”.
Il terremoto, perciò, viene accettato quasi con rassegnazione: per qualche giorno la televisione di Stato e i media nazionali si occupano di quel Sud del Sud, “sfasciume pendulo” di cui vale poco interessarsi.
Le case pericolanti vengono puntellate, e così resteranno, gli sfollati verranno ospitati in squallidi alberghetti e andranno ad ingrossare l’esercito degli assistiti a vita.
Professione: terremotato. Di tanto in tanto, la natura, come un gigante addormentato, sembra volersi svegliare e tenta di scrollarsi di dosso quest’ammasso di valli e monti, di fiumi impetuosi e boschi impenetrabili, il miracolo di cui il Signore si ricordò quando già quasi aveva completata l’opera della Creazione.
E venne, come dice Leonida Repaci, il giorno della Calabria.
Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco
Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974.
Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.
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