
Mi sono affezionato a Maupassant quando ho appreso la causa della sua morte. Ebbe una meningo-encefalite luetica, cioè la “paralisi progressiva”, una malattia dovuta alla cosiddetta “spirocheta pallida”, un germe che prediligeva il sistema nervoso centrale, colpiva i neuroni, e li distruggeva.
Ma, prima di distruggerli, li esaltava. Aveva particolare “simpatia” per gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori. Scomparve con gli antibiotici.
Evidentemente, l’abuso del cervello favoriva l’ingresso del germe. Un illustre professore universitario arrivò persino a dire che fanno bene quegli studenti che non esagerano con lo studio, raccogliendo gli applausi di coloro che stavano seguendo la lezione.
Maupassant era un innamorato della natura, si incantava in una notte di luna piena, s’invaghiva presto di una bella ragazza, come di tutto ciò che Dio ha creato. Poi, lentamente, ma molto lentamente, si apriva alla verità.
Un giorno, morì una ragazza che tanto amava: una notte fredda e piovosa uscì, al ritorno tossiva, poi venne la febbre, e morì. Di polmonite.
Perché era uscita quella sera? Non lo si seppe mai.
Maupassant lo seppe quando una sera decise di recarsi al cimitero, e passare una notte con lei.
Forse, si addormentò, e sognò che tutti i morti lasciavano le loro tombe e cancellavano le scritte sulle lapidi, considerandole delle bugie.
Su una tomba era scritto: “Amò i suoi, fu onesto e buono, morì nella pace del Signore”.
Il morto cancellò e scrisse: “Affrettò con la sua durezza la morte del padre, dal quale voleva ereditare, torturò la moglie, tormentò i figli, ingannò i suoi vicini, e morì infame”.
I morti avevano cancellato le menzogne incise sulle pietre, per scrivere invece tutta la verità. Tutti erano stati carnefici del prossimo, astiosi, ipocriti, bugiardi, furfanti, calunniatori, invidiosi, avevano ingannato, rubato, commesso le cose più abominevoli.
Così erano quei “buoni padri”, “spose fedeli”, “figli devoti”, “uomini probi”, “caste fanciulle”.
Il giovane innamorato che aveva perduto l’amante, si recò anche sulla tomba di colei dove era scritto “Amò, fu amata, morì”.
Vi lesse “Uscita un giorno per tradire il suo amante, prese freddo sotto la pioggia, e morì”:
All’alba, il povero giovane fu trovato privo di sensi accanto a quella tomba. Così Maupassant scrive, sia quando parla del suo amore, sia quando scopre di averlo perduto.
Pubblicato da Francesco Calabrò detto Franco
Nato per caso a Rieti ma calabrese d'adozione e per scelta, è giornalista, iscritto all'Ordine nel 1967 facendo la trafila pubblicista-praticante fino agli esami da professionista nel 1974.
Ha iniziato la carriera alla Tribuna del Mezzogiorno di Messina e l'ha proseguita, dopo esperienze al Corriere Mercantile e al settimanale Nuovo Sud, al Giornale di Calabria dove è rimasto per otto anni e mezzo, fino alla chiusura con la qualifica di capo servizio. Dopo una parentesi come direttore di Telejonica Brancaleone, è stato assunto all'Ansa e destinato alla sede regionale calabrese, da dove è andato via due anni dopo per partecipare alla nascita del quotidiano Oggisud come responsabile della redazione di Reggio Calabria. Nel 1985 è stato chiamato alla Gazzetta del Sud, prima alle pagine calabresi, poi alla redazione reggina, e dopo cinque anni, il ritorno a Messina diventando capo servizio coordinatore delle redazioni distaccate di Reggio, Cosenza, Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia. Numerose le collaborazioni per importanti testate quali Il Giorno, Panorama, Oggi, e trasmissioni televisive quali Linea Diretta di Enzo Biagi. Prima di lasciare l'attività, una breve esperienza al Quotidiano del Sud, quindi il trasferimento a Roma dove per ben dieci anni ha collaborato con l'Ordine nazionale dei giornalisti, commissario d'esame, addetto alle commissioni, coordinatore dei corsi per praticanti, presidente della commissione esteri. Viene considerato un esperto nella formazione degli aspiranti giornalisti. Conclusa anche la parentesi all'Ordine, si è dedicato alla scrittura pubblicando un paio di libri, il più noto dei quali è Il Mestieraccio, diario di 50 anni di professione. Nel contempo, si occupa della comunicazione per una azienda di consulenze internazionali nel settore dell'informatica. Sposato, ha due figli, entrambi liberi professionisti, è tifoso della Roma e segue la squadra della sua città, la Reggina. Quando gli impegni glielo consentono, si rifugia nella quiete di Cannitello, sullo Stretto di Messina, la città da dove la sua avventura nel mondo del giornalismo è iniziata e si è chiusa.
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